ANA HILLAR

Ana Hillar nasce a Santa Fé, Argentina, dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti si trasferisce a Faenza nel 1998.

Nel 2001 fu rivelata alla critica ceramica internazionale come vincitrice del Premio Faenza nella 52° edizione del Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte.

Nel 2003 arriva la sua prima mostra personale in Italia: Humano, presso il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. Da allora ha realizzato numerose mostre sia in Italia che all’estero, tra le quali possiamo ricordare:

Il colore interiore, a cura di M. Zauli, Galleria Facto, Montelupo Fiorentino (FI) 2019, European Ceramic, Art Avenue Gallery Taoxichuan, Jingdezhen, Cina 2018. Blanco dentro, personale a cura di Artealmonte, Palazzo del Monte di Pietà, Forlì (FC), Collect: Galleria MAdEINBRITALY, a cura di V. Emaldi, Londra e Gyeonggi International Ceramic Biennale Korea, a cura di I. Biolchini, Icheon, Korea nel 2017.

Vive e lavora e Faenza.

La sua ricerca implica nelle opere nuove verbalità in un approccio sinestetico per polisensorialità allargate.

Qui tutto riemerge pulsionalmente. Se Depero nella sua opera underground, nel 1921, proponeva di prendere in considerazione una realtà parallela, di pensare alla sua opera come ad una sorta di stargate dimensionale attuando un racconto fiabesco contaminante la realtà, oggi Ana Hillar con i suoi misteriosi ed enigmatici “esseri” risolleva il velo di Maya che cripta tutte le cose del mondo.

 

Anemoni tentacolari, nacchere proteiformi, trombe di Eustachio surreali e polisemiche, esemplati cuori pulsanti proposte come icone sacrali, sacche amniotiche dove lo splendore della ceramica si coniuga con la pastosità opaca del raffinato ingobbio. Terre sottili plasmate dalle dita sapienti della nostra artista diventano un tutt’uno con le cuciture mantriche dei puntuti aculei. Trame a descrivere il senso della materia nel tempo. un tempo misterico e arcano.

 

Ancora una volta Ana Cecilia Hillar dimostra di possedere una febbre per l’arte da anacoreta e un’ostinazione persistente nella reiterazione della sua ricerca così da essere interamente «ciò che si crede» preferendo sempre compiere ciò che meglio si può perché «non è necessario sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare». (Cristina Campo).

 

Forse perché nei nodi dell’esistenza si innestano i misteri dell’arte. Così, scoperti al sogno ci ritroviamo nudi alla vita.

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