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Retrospettiva dedicata all'artista Simone Crespi

Con  oltre 100 opere tra sculture e dipinti, la retrospettiva di Crespi è la prima tappa di un percorso che vuole valorizzare e far conoscere l’opera dell’Artista a pochi mesi dalla sua  scomparsa. 

"La scultura di Simone Crespi evoca figure archetipe dalla misteriosa forza suggestiva, con reminiscenze di civiltà antiche che ci conducono  a riti tribali mentre altre opere rimandano a una simbologia surrealista che evidenzia e  accentua particolari tematiche ancestrali. Anche  nei dipinti emerge un certo primitivismo dove la tridimensionalità del bassorilievo si traduce in macchie di colore,e si avvale di frammenti astratti di stampo fumettistico che gridano l'assurdo del vivere quotidiano. 

Con la sua opera Crespi ha seguito un percorso  a ritroso nel tempo e nello spirito evidenziando la globalità di radici comuni dalle civiltà precolombiane alle origini dei popoli mediterranei. Prudente ed ascetico, monda le immagini dei “suoi ricordi” ancestrali ed impone loro una presenza nel contemporaneo. Senza nessun compiacimento."

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Un luogo di civiltà di Roberto Lambarelli


C’è stato un momento, tardi a suo dire, in cui Simone Crespi ha avvertito in modo ineludibile la necessità della mediazione . Lo diceva facendo riferimento alla sua vita privata, alla sua condizione di uomo tra gli uomini, perché nell'arte, invece, l’aveva praticata quasi subito, in modo spontaneo. Del resto, l’arte per sua natura è mediazione, è – usando ancora le sue parole – un massimo comune denominatore.
 

L’arte è sempre stata capace di individuare ed esprimere le pulsioni dell’uomo, le medesime in ogni luogo e in ogni tempo. È in questo senso che emerge il senso e il valore di quella sua necessità di trovare sempre una mediazione, un punto medio (una forma, un segno, un colore, un uso) che potesse restituire quella dimensione esistenziale che lega sinteticamente l’artista all’uomo. “Così io attingo – dichiarava – dall'arte tutta, da tutte le culture, in questa potente foresta di simboli, di sogni che sopravvivono alle civiltà, ai singoli, concorrendo a un immenso dialogo umano, intimo e insieme universale”.
 

Con questa consapevolezza, Crespi ha costruito il suo mondo, pieno di segni e di simboli, di figure e di immagini senza tempo. Ma se volessimo azzardare un paradosso, potremmo dire che è in tal modo che ha cavalcato il proprio tempo, la cultura del proprio tempo.
Simone Crespi si è formato nel corso degli anni Ottanta e il suo debutto artistico è avvenuto tra la fine di quel decennio e i primi del successivo, cioè proprio mentre scadeva la modernità.
Ha operato, insomma, dentro quella cultura che dobbiamo per il momento continuare a chiamare postmoderna (almeno fino a quando non verrà trovata una nuova parola meno generica, più circostanziata) che ha rappresentato all’inizio soltanto una tendenza, ma che poi è diventata una condizione di esistenza fuori dalla quale è sembrato non esserci più corso per l’altro, per quella “foresta di simboli, di sogni che sopravvivono alle civiltà, ai singoli”. Una condizione che è ancora vigente, un reset di civiltà, come capitolazione, come disincanto, che qualcuno ha fatto anche corrispondere con la fine della storia, o in modo ancora più
radicale non tanto con la fine delle ideologie, al plurale, ma con la caduta dell’Ideologia, al singolare, come illuminazione di un modo di vivere e di operare.
Un reset che se è legato al decostruzionismo, nulla ha a che fare con il grado zero proposto dai dadaisti. Questi hanno fatto ricorso alle diverse culture “primitive” per polemizzare contro ilproprio tempo. Le medesime culture che ritroviamo fortemente vive nel lavoro di Crespi. Conciò, però, non possiamo desumere alcunché. Egli non è stato certo dadaista, né neo-dadaista e neppure neo-neo, come ripresa della ripresa. Non voleva mettere in discussione il suo presente alla luce di culture lontane, esoteriche o perfino mistiche, usarle cioè contro la nostra civiltà.
Piuttosto ha operato su quelle medesime culture, ma alla luce del giorno. Lo ha dichiarato a parole e lo ha confermato nei fatti, come testimoniano le sue opere. Non che non ci sia in esse un lato oscuro; c’è e come. Lo si vede, o meglio, lo si intuisce in tutto, anche se non cade evidente sotto i nostri sensi. Questa è la ragione per cui nelle sue opere – i disegni, i dipinti, le sculture e persino gli oggetti d’uso – c’è un ricorso costante a segni, forme e simboli che subito suggeriscono qualcosa di già noto, di conosciuto. In tal senso, la sua arte non è moderna o postmoderna, non guarda all’avanguardia, tanto osannata nel ventennio che ha seguito gli anni Sessanta. Se poi c’è un riferimento ad essa, questo va semmai al surrealismo, pensato tanto nella sua espressione storica, con la S maiuscola, quella di Breton e compagni, quanto nella sua formulazione di categoria soprastorica, Crespi avrebbe detto universale, ovvero che concerne una condizione sŭpĕr , legata all’alto, sopra, oltre la realtà: “foresta di simboli, di sogni che sopravvivono alle civiltà, ai singoli”. Senonché, se pure nel suo fare c’è la stessa presa di coscienza che fu dei Surrealisti, che incanalarono l’energia del subconscio oltre ogni preoccupazione estetica e morale, in lui sembra esserci stata un’altra etica. Appare evidente nelle opere, ma se ne trova testimonianza certa anche nei suoi scritti programmatici, dove affermava l’intenzione di “far sì che la cultura alta potesse arrivare anche in basso, essere apprezzata dal maggior numero di persone”. Per ottenere ciò ha utilizzato concetti e, aggiungerei, forme, “il più universali possibile, identificabili nell'inconscio collettivo”. Per questo anche temi come la guerra, la sofferenza, il sesso, l'amore, la gioia, la nascita, la droga – la lista è sua – vengono trattati, ci dice, nella maniera più naturale possibile.
In questo modo si conferma che la sua arte non è né moderna né postmoderna, non guarda nemmeno all’avanguardia, supera pure ogni individualità, che altro non è che un’altra faccia della modernità. Crespi si rivolge direttamente alla propria urgenza creativa, che lo prende fin nelle viscere, ma la piega per forza di volontà, la sublima aspirando a una dimensione altra, plurale. È così che ha dato un luogo, un rifugio, al suo andirivieni tra le civiltà, una casa terrena tra le sue terraglie, ritrovando nell’ officina una forma e un codice, ritrovando una civiltà.

STUDI

1981    Maturità Artistica, Roma

1984    Diploma del Corso Biennale di Perfezionamento di Gres e Porcellana, Istituto d’Arte di Faenza, Faenza

1985    Corso di Perfezionamento in Arte  della Maiolica, Istituto d’Arte di Faenza, Faenza

1986    Borsa di Studio del Governo Giapponese, Accademia delle Arti di Kyoto, Kyoto

 

MOSTRE PERSONALI

1993 Galleria L’Opera, Napoli (pres. di A. Masi)

1995 Galleria Planita, Roma (a cura di B. Mantura)

1996 Galleria La Bertesca, Genova (a cura di L. Caprile)

1997 AOC F58, Roma

1998 Sculture in Ceramica, Istituto Internazionale d’Arte Contemporanea, Roma

2003 Percorsi d’Arte a Villa Vigarani Guastalla (a cura di Luce Monachesi e G.Bonacini.Testo in catalogo di Maria Grazia Tolomeo)

2003 Fiorano Modenese

 

MOSTRE COLLETTIVE

1987    “Collettiva”, Museo Municipale d’Arte Contemporanea, Kyoto

1989    “Concorso Internazionale della Ceramica”, Museo della Ceramica, Faenza

1990    “XXX Concorso Internazionale di Gualdo Tadino” (Targa d’Oro), Gualdo Tadino

1992    “I sentieri dell’arte”, Galleria Rondanini, Roma (pres. di E. Mercuri)

1993    “Biennale della Ceramica”, S. Stefano di Camastra

1994    “Budda”, Castello Ducale, Sessa Aurunca (a cura di F. Pietracci)

“Collettiva”, Galleria Incontri in Arte, Roma

    “Cose”, Il Politecnico Arte, Roma

1996    “Tracce”,  Fuoricentro MV, Castelnuovo di Porto

“Collettiva”, Istituto Cultura Spagnola Cervantes, Milano

“ XII Esposizione Nazionale Quadriennale di Roma, Ultime Generazioni”, Roma

    “DIGEstiMOLaR(t)E Popol VHU project”, Villaggio Globale, Roma

1997    “La Terra e il Mare”, Fortezza da Basso, Firenze

“RIPARTE” Planita-Il Cortile, Roma

1998    “Arte Ceramica Nuove Generazioni”, Museo della Ceramica, Deruta (pres. L. Marziano)

1999    “ Gli Angeli sopra Roma -Trasparenze e contrasti”, Palazzo Valentini, Roma (a cura di Franco Posa)

“Supermarket dell’Arte, American Prints”, Milano

2000    “Brufarte Giovani”, Brufa (PG)

2001    “Biennale Internazionale della Ceramica”, Kapfenberg, Austria

2002   Grimmerhaus Museum, Middelfart, Danimarca